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Il problema della biodiversità vegetale

Il termine biodiversità associa i termini “vita” e “diversità”. Vuole significare con questo la diversità della vita sulla Terra intesa come ricchezza e varietà di forme. Con questo termine si vuole anche sottolineare, in modo fortemente positivo, la ricchezza che tale varietà rappresenta e che comprende ogni genere e specie di esseri viventi. I concetti sulla diversità biologica, furono espressi da Tommaso Lovejoy nel 1980, mentre il termine biodiversità, fu coniato dall'entomologo E.O. Wilson nel 1986, in un rapporto al primo Forum americano sulla diversità biologica organizzato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (NRC). Il termine biodiversità gli fu suggerito dal personale del NRC, sostituendo quello di diversità biologica, considerato meno efficace in termini comunicativi. Fin dal 1986 il termine ed il concetto si sono diffusi estesamente fra biologi, ambientalisti, leader politici, e cittadini di tutto il mondo.
La varietà di specie sulla Terra è tale che ancor oggi siamo lontani dall’averne una classificazione complessiva. Anzi, il raggiungimento di questo traguardo pare altamente improbabile (per contro è irresistibilmente affascinante, forse un po’ romantica, l’idea che lo scopribile e l’esplorabile non si esauriscano mai…). Le stime, ad oggi, indicano che sono state classificate più di 400.000 specie (ed anche questa cifra non è affidabile), ma la maggior parte di queste lo sono in modo insufficiente, poiché questa classificazione si fonda solo su certi aspetti, oppure l’osservazione si basa su troppo pochi esemplari. Inoltre l’evoluzione non si arresta e le specie mutano, ne nascono di nuove e altre si estinguono prima che l’uomo sia riuscito a conoscerle e a classificarle.
Abbiamo detto come questa diversità biologica, in base alla quale ogni singolo individuo diventa un patrimonio, proprio grazie alle sue peculiarità, per l’intera specie a cui appartiene,  costituisca una ricchezza imprescindibile per l’intero ecosistema mondiale.
E’ proprio questa diversità, infatti, che offre maggiori possibilità di sopravvivenza, nel lungo corso dell’evoluzione e della lotta per la permanenza su questo pianeta, dell’intera specie piuttosto che un singolo gruppo o individuo all’interno di essa. Nel caso di un attacco esterno, alcuni gruppi, dotati di certe caratteristiche, non sopravviveranno, mentre altri disporranno delle risorse per respingere tale attacco e garantire la prosecuzione della specie. Un attacco può essere rappresentato da una malattia, da un fungo, da nuovi predatori, ma anche da un’improvvisa eccessiva proliferazione di predatori conosciuti, oppure può essere portato da manifestazioni della natura quali inondazioni, uragani, periodi di siccità ecc. Ognuno di questi attacchi s’imbatterà in soggetti di una stessa specie in grado o meno di sopravvivere.
Possiamo dire che quella che oggi chiamiamo biodiversità sia una delle strategie principali che le prime forme di vita sulla Terra cominciarono ad adottare al fine di sopravvivere e diffondersi. E le prime forme di vita sulla Terra furono quelle che diedero origine al regno vegetale prima di quello animale. Se quindi affermiamo che la vita sulla terrà come noi la conosciamo, nel complesso di tutte le sue manifestazioni, sia basata ineludibilmente sulla strategia della biodiversità (e se così non fosse stato, ci sarebbe forse qualcos’altro ma non la vita che conosciamo), dovremmo convenire che forzare alcune specie a sopravvivere annichilendo proprio questa loro ricchezza, significa destinarle ad un’inevitabile involuzione.
Eppure, ciò che sta accadendo al mondo in questo periodo storico è proprio questo: un attacco alla biodiversità della vita sulla terra.
Il concetto di biodiversità vegetale, nasce e si pone in rilievo nell’epoca della globalizzazione e del controllo delle multinazionali sulla vita del pianeta nel suo complesso. Tale controllo si basa sull’idea della produttività a basso costo (manodopera e materie prime) e a basso rischio. S’intende con questo una produzione lineare, il più possibile sempre uguale a se stessa, in grado di offrire un prodotto dalle caratteristiche immutabili nel tempo. Significa anche, in campo agricolo, una coltura dove i singoli individui siano sensibili in modo uniforme agli attacchi dall’esterno, sia di natura organica che fisica, e quindi difendibili o curabili con un intervento omogeneo, generalizzato e meno costoso, ma possibile solo se condotto su grande scala da organizzazioni molto sviluppate. Quindi gestire una coltura composta da singoli individui dotati di caratteristiche peculiari e diversificate, costituisce un costo generale di produzione maggiore, inadatto alla costituzione di una grande azienda leader nel mondo, in grado poi di controllare più facilmente il mondo dell’agricoltura, al fine ultimo di mantenere il proprio predominio. Le tecniche sviluppate con quest’idea di avere la massima produttività possibile al minimo costo, si è poi diffusa in molte realtà agricole facendo abbandonare le vecchie colture tradizionali, spesso concepite a scopo di sussistenza e di scambio, per quelle nuove, concepite a fini puramente commerciali. Ne sono un esempio le colture intensive, che si basano, appunto, sull’intenso sfruttamento delle risorse del terreno, e quelle estensive, basate invece sulla grandezza degli appezzamenti, soprattutto laddove il terreno non è così redditizio. Spesso abbiamo a che fare con monocolture, quindi vasti appezzamenti dove esiste soltanto quella pianta che, per essere mantenuta in vita, necessita di interventi sì omogenei e generalizzati, ma sempre più aggressivi e pericolosi per tutto il resto dell’ambiente. Inoltre, le piante così coltivate, diventano sempre più geneticamente povere ed esposte in modo altresì omogeneo e generalizzato a nuovi possibili pericoli incombenti.

Queste tipologie di colture dominano ormai il panorama mondiale (soprattutto negli ultimi trent’anni, centinaia di migliaia di varietà eterogenee di piante coltivate per generazioni, sono state sostituite con un numero limitato di varietà moderne, spesso marche commerciali, notevolmente uniformi. Sicché, nessun paese al mondo, allo stato attuale, è autosufficiente in materia di biodiversità agricola, dato che la dipendenza per le colture più importanti, fra i differenti Paesi, si attesta in media intorno al 70%.) (http://www.agricolturaitalianaonline.gov.it/contenuti/foreste_e_parchi/fao/biodiversita_globale/una_strategia_mondiale_per_la_tutela_della_biodiversita_vegetale).
Dal punto di vista erboristico e farmaceutico osserviamo un impoverimento dei principi attivi, in quanto le molecole che li caratterizzano vengono generalmente prodotte dalla pianta a scopo di difesa da attacchi esterni. Tali molecole sono infatti metabolizzate per rendere la pianta stessa inappetibile o addirittura tossica e respingere così le attenzioni dei predatori. Si tratta di metaboliti secondari che non sono direttamente interessati allo sviluppo della pianta. Molti di questi prodotti secondari sono di grande interesse farmaceutico e vengono utilizzati in erboristeria ed in medicina, sia come principi attivi estratti direttamente dalla pianta, sia come prodotti di sintesi o semisintesi realizzati in laboratorio e copiati dalle molecole prodotte dalla pianta. Proprio l’attività delle case farmaceutiche, in grado di trasformare queste molecole in prodotti per la cura della salute dell’uomo, diventa una delle cause dell’impoverimento di tali risorse. L’industrializzazione porta infatti ad una eccessiva raccolta del materiale vegetale utile mettendo in crisi l’esistenza di quella specie.
La coltura intensiva prevede interventi pesanti al fine di preservare la pianta anche tramite il livellamento della biodiversità. La pianta non ha quindi più bisogno di produrre specifici principi attivi per difendersi da alcuni predatori, poiché quegli stessi predatori vengono falcidiati tutti insieme da un unico prodotto realizzato dall’uomo (pesticida), e quindi ne produrrà sempre di meno, ovvero la pianta riuscirà a riprodursi anche senza quel principio attivo che tanto tempo aveva impiegato ad inventare. E’ chiaro quindi che più la piantagione è rappresentata da individui il più possibile uniformi, più facile e meno costoso sarà l’intervento dell’uomo. E’ altresì chiaro che avremo a che fare con una pianta sempre più povera sia a livello nutritivo che erboristico e sempre più dipendente dall’uomo senza il quale non avrebbe molte possibilità, causa assenza di biodiversità, di sopravvivere.
In molti paesi, i pesticidi sono considerati una parte essenziale per l’agricoltura. Il pensiero comune è che senza l'uso dei pesticidi al fine di proteggere le piante dagli insetti e dalle malattie, si va incontro a perdita di raccolti (e quindi di denaro). 

Ma l’uso eccessivo di pesticidi ha avuto serie conseguenze ambientali. I pesticidi (e i diserbanti) contaminano il suolo e l’acqua. Ci sono molti esempi di intere comunità che soffrono di avvelenamento cronico da pesticidi. I residui di alcuni composti chimici, anche quando usati correttamente, rimangono nell’ambiente per anni, evaporando nell’atmosfera e inquinando l’intero pianeta. L’uso di grandi quantità di pesticidi non è sostenibile né dal punto di vista ambientale né della salute pubblica. In molti casi, l’uso di pesticidi può anche essere un controsenso, da un punto di vista economico. Spesso il maggior guadagno ottenuto con colture più rigogliose grazie ai pesticidi non copre il costo dei pesticidi stessi. In genere, ci sono alternative più economiche a disposizione, vale a dire utilizzare le stesse molecole prodotte dalla pianta proprio a quello scopo. Inoltre queste sostanze sono poco biodegradabili e finiscono per inquinare falde, corsi d’acqua e mari perpetrando la loro azione distruttiva ed intossicante verso altre forme di vita. Quindi, non puntare sulla biodiversità e sulla capacità della pianta di difendersi da sola, significa andare incontro ad un effetto boomerang multiplo rappresentato da un aumento dell’azione inquinante e da una diminuzione della redditività della coltivazione sotto tutti i punti di vista.
Una società schiava di questo tipo di approccio alle risorse vegetali incide ambientalmente anche sull'inquinamento, dovuto all’uso massiccio di fertilizzanti i quali finiscono per alterare i cicli degli elementi fisici fondamentali come l’azoto. I fertilizzanti sono sostanze naturali o derivate da processi di sintesi che, per il loro contenuto in elementi nutritivi, in particolare l’azoto, e per le caratteristiche chimiche, fisiche e biologiche, contribuiscono al miglioramento della fertilità del terreno, al nutrimento delle specie vegetali coltivate e ad un loro migliore sviluppo. I fertilizzanti servono anche a modificare le caratteristiche chimiche, fisiche, biologiche e meccaniche di un terreno migliorandone le condizioni di abitabilità da parte delle specie vegetali coltivate. L’impiego dei fertilizzanti, in particolar modo quelli di sintesi, comporta rischi per l’ambiente e per l’uomo quando le quantità di principi nutritivi distribuiti sono eccedenti le capacità di assorbimento da parte del terreno e delle piante stesse. Ciò è particolarmente importante per i fertilizzanti contenenti azoto sotto forma di nitrati: la forma nitrica dell’azoto assicura infatti alta redditività agricola ma è caratterizzata da una grande solubilità nelle acque meteoriche e di irrigazione determinando fenomeni di eutrofizzazione nella rete idrica superficiale e inquinamento delle falde sotterranee determinando anche rischi per la salute dell’uomo.

Le piante, tuttavia, non sintetizzano molecole solo allo scopo di scoraggiare i predatori, ma anche per rendersi attraenti nei confronti di insetti e altri animali che, venendo a contatto con i fiori, contribuiscono in modo determinante alla diffusione dei semi e quindi alla riproduzione. Se la produzione di queste sostanze diminuisce, ecco che la specie s’indebolisce anche su questo fronte.
Non è quindi fuori luogo parlare, in mancanza di biodiversità, di rischio di estinzione (ovviamente l’estinzione è un evento naturale, in virtù di un rafforzamento da parte di specie rivali o di modificazioni ambientali, ma il problema è “quante” specie si avviino all’estinzione per via del massiccio intervento dell’uomo e quanti danni tali estinzioni di massa possono apportare). Una volta indebolita la specie risulta difficile mantenerla ad una certa produttività senza ricorrere ad una coltura intensiva, cosa che rafforza il potere delle multinazionali su agricoltura e agricoltori.

Di fronte alla sensibile riduzione della biodiversità vegetale, è nata l’idea di istituire banche del germoplasma, il cui intento principale è la conservazione delle risorse genetiche delle specie vegetali a cominciare da quelle in via d’estinzione.
L’idea di una banca del germoplasma nasce e si sviluppa all’interno della politica dell’Unione Europea in materia di protezione dell’ambiente e delle risorse naturali, che negli ultimi anni sta assumendo un’importanza sempre maggiore. Ciò è dovuto al fatto che le minacce di danno ambientale e di esaurimento delle risorse naturali sono lungi dall’essere sotto controllo. E’ da tenere sotto attenta osservazione anche l’impatto di genealogie esotiche o comunque non facilmente armonizzabili con un ambiente autoctono, in quanto, se rispondenti a criteri di natura prettamente economica nell’immediato, da un lato, dall’altro causano, nel lungo periodo, gravi danni all’ecosistema locale. (http://www.teatronaturale.it/articolo/302.html)
La coltivazione di piante di eucalipto in Sardegna, effettuata per disporre di legname per la costruzione di linee ferroviarie, ha causato una smodata diffusione di questa pianta che ha, tra le sue caratteristiche, quella di assorbire una grande quantità di acqua dal terreno. Questo ha portato a una carenza di acqua per altre piante e ad un rinsecchimento del terreno.
La stessa coltivazione del mais nel Nord Italia dovrebbe essere smantellata. Sotto accusa l’eccesso di fertilizzanti chimici (nitrati) che inquinano in modo sempre maggiore falde, corsi d’acqua e mare. Si rivela inadatto anche il clima che si fa più umido al momento della raccolta in tarda estate. In queste condizioni, infatti, si sviluppa un fungo che attacca la cariosside. Questo fungo produce delle tossine (aflatossine) che sopravvivono intatte per tutto il ciclo alimentare a cui il mais prende parte. Le aflatossine sono insensibili al calore della cottura e possono causare problemi anche seri a livello epatico.
Questi sono esempi di come una specie esotica, se importata in modo scriteriato in un altro ecosistema, possa provocare danni a vari livelli, e ci fa capire come sia importante (ri)programmare una politica di colture sostenibili nel rispetto (e rivalutazione) dell’ambiente. E’ necessario superare la mentalità del tutto subito (nel senso di rientro economico immediato) per accedere ad un approccio mentale e filosofico più evoluto e lungimirante. Non è possibile accingersi a percorrere questa strada senza disseminare tali concetti in modo capillare, in modo da renderli facenti parte di un patrimonio culturale il più diffuso possibile. Senza una base culturale, presto o tardi, ogni iniziativa potrebbe perdere efficacia lasciando ricadere il mondo dell’agricoltura nelle vecchie dinamiche.

Quindi, in presenza di una diminuzione della biodiversità vegetale dovuta ad un approccio “globalizzato” all’agricoltura, constatiamo non solo un rallentamento dell’evoluzione di una specie come conseguenza del suo impegno nella lotta per la sopravvivenza, ma addirittura un’involuzione. Ecco che l’intervento intensivo motivato dalla conquista del potere economico (e culturale) produce l’annichilimento della tendenza evolutiva delle specie vegetali e la perdita di quel patrimonio di raffinati espedienti (e di principi attivi) maturati nel corso della sua storia evolutiva.

Ma il nostro pianeta funziona come un organismo nel grembo del quale vivono altri sotto-organismi ognuno con la propria funzione. Se la biodiversità vegetale viene minata, allora altri organismi del pianeta dovranno o saranno costretti a modificare la propria esistenza.
Non si può infatti pensare all’evoluzione della vita sulla Terra prescindendo da un concetto secondo il quale ogni scatto evolutivo di una forma di vita è sempre strettamente concatenato con l’evoluzione di altre.
In modo particolare, il regno vegetale sta alla base della catena evolutiva così come sta alla base della catena alimentare. Tutti gli organismi animali della Terra si sono evoluti basandosi sulle caratteristiche del regno vegetale. Le loro strategie, i loro comportamenti, le caratteristiche fisiologiche e l’organizzazione sociale, dipendono in tutto e per tutto dall’evoluzione fianco a fianco con le specie vegetali.
Questa dinamica si chiama coevoluzione. Tale termine illustra come le strategie adottate da una specie nella sua lotta per la sopravvivenza si intreccino e siano causa o conseguenza delle strategie adottate da altre specie. Queste tecniche e soluzioni elaborate e sviluppate nel tempo da una specie possono essere sinergiche con quelle di un’altra.
Ne è un esempio classico l’interazione che unisce la necessità di diffondere il seme da parte di una pianta e la ricerca di nutrimento da parte di un insetto. Nel tempo le piante hanno ideato il modo di esporre il proprio organo sessuale contenente i semi in modo tale da attirare su di sé insetti in grado di spargerli. Tale attrazione avviene con degli effluvi provocati da sostanze elaborate dalla pianta che gli insetti possono riconoscere come provenienti dal sito in cui trovare nutrimento, sito in cui i semi della pianta attendono veicoli per diffondersi. Anche il colore del frutto è efficace allo scopo poiché attira altri animali ed uccelli in grado di romperlo e liberare i semi in esso contenuti.
Le piante stesse stanno all’inizio della catena alimentare. Al cambiare della fisionomia del regno vegetale cambia inevitabilmente la fisionomia del regno animale.

Se la metodologia di produzione di natura commerciale causa profondi cambiamenti (impoverimenti) nell’ecosistema, non è tranquillizzante constatare che tale pratica si è diffusa pressoché in tutto il pianeta. Quindi in ogni parte del pianeta troviamo coltivazioni di piante senza più biodiversità. Ciò significa che varietà di quella specie che avevano certe particolari caratteristiche non ci sono più. Ciò significa che la diffusione sul pianeta di inquinanti provenienti da pesticidi e fertilizzanti prosegue ovunque a rotta di collo. Ciò significa anche che specie vegetali utilizzate generalmente in erboristeria o in medicina, producono meno principio attivo ecc.
Prosegue anche l’impoverimento dei terreni, sempre meno produttivi.
Il sistema agricolo così concepito sta dimostrando di aver esaurito le proprie possibilità di sviluppo e di essere destinato a collassare. Il sistema è in crisi e tale crisi coinvolge tutto il pianeta che vede contemporaneamente la sua popolazione aumentare. La risorse vegetali stanno diminuendo ma contemporaneamente aumentano le bocche da sfamare. E il regno vegetale è a questo scopo la risorsa primaria ed imprescindibile. La conservazione della biodiversità del regno vegetale ed una politica agricola basata sul rispetto degli ecosistemi locali sono quindi le strade obbligate da seguire.

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